SEGEST - Società di comunicazione e relazioni pubbliche

QUATTRO METAFORE SULL’INTERNAZIONALIZZAZIONE


Inoltra

Paolo Bruschi, Presidente di Segest S.p.A. interviene, spiegando con 4 metafore come l’internazionalizzazione possa essere la scelta vincente.

Da quando è iniziata la crisi, il PIL è aumentato in media l’8% all’anno, la disoccupazione è scesa dal 9% al 5% e la fascia di popolazione sotto la soglia di povertà è calata dal 22,5% all’8,5%. Contrariamente a quanto penserete, questo non è ciò che sogno la notte per tirarmi su il morale, ma ciò che è veramente accaduto in questi quattro anni: soltanto non in Italia, bensì in Brasile. Ed è soltanto un esempio, per dare una rapida idea di come ciò che siamo soliti chiamare “crisi” sia qualcosa di molto più complesso, tra redistribuzione di ricchezza, cambiamento di prospettive e necessità di riconsiderare il proprio ruolo nel mondo. “Le parole sono importanti” diceva Nanni Moretti, e certe parole, certe immagini sbagliate ci ingannano, portandoci a pensare male. Così quando un giornalista dice che sono stati “bruciati miliardi di euro” in borsa, rischiamo noi stessi di dimenticare che il denaro non diventa cenere, semplicemente si sposta altrove.

Non credo, d’altra parte, che occorra più convincere gli imprenditori dell’opportunità di aprirsi all’internazionalizzazione, tanto ne sono evidenti non soltanto i vantaggi, ma l’assoluta necessità, a costo della sopravvivenza stessa. E chiunque si avvicini a questo mondo non può non sorprendersi di quanto tante aziende italiane, emiliane e anche ferraresi siano già presenti in giro per il mondo con le proprie eccellenze, a partire dall’agroalimentare, la meccanica di precisione, l’arredamento, il design, certi ambiti della green economy. Ma la struttura stessa della nostra imprenditoria non ci ha consentito fino ad ora di cogliere davvero i vantaggi di questi mutamenti globali. Quelle piccole e medie imprese, che sono la nostra punta di diamante, il segreto dietro la qualità e la cura del made in Italy, si trovano in difficoltà ad affrontare dimensioni d’impresa inconcepibili fino a pochi anni fa. Dimensioni che richiedono enormi investimenti, facili per le grandi multinazionali, ma così difficili per chi deve ogni volta negoziare del credito, ma anche specialisti affidabili di economia e giurisprudenza internazionale, linguistica, geopolitica che piccole aziende non possono certo avere stabilmente tra i propri ranghi, per non parlare del tempo da dedicare alla conquista di nuovi territori, quando si è impegnati giorno per giorno nella lotta per non perdere quelli in cui si è già presenti.

Proprio in quest’ottica ritengo abbia un valore strategico la recente collaborazione tra la Piccola Industria (l’associazione di Confindustria che sostiene le PMI) e Ferpi, che punta a supportare le piccole e medie aziende, attraverso risorse e strumenti adeguati a comprendere i mercati esteri e a stabilirvisi con successo. In questo modo, grazie alla leva comunicativa, che deve costituire una componente essenziale della strategia aziendale, le aziende saranno in grado di perseguire con maggiore determinazione le opportunità di business presenti sui mercati internazionali.

E dato che comunicare è il nostro mestiere, vorrei iniziare a dare il mio contributo con quattro storielle edificanti, che invece di confondere con immagini sbagliate, spero possano fornire idee, spunti e riflessioni sul modo migliore per affrontare le sfide dell’internazionalizzazione.

1) DIVERSIFICARE

Raccontano le cronache olandesi del XVII secolo, che all’apice della tulipomania, un singolo bulbo di tulipano poteva essere scambiato con una fattoria. Quando la prima “bolla” finanziaria della storia esplose, commercianti che avevano venduto tutto per fare scorta di tulipani si ritrovarono soltanto con quello in mano: comuni bulbi buoni solo per essere piantati per terra.

Nessuno di noi oggi investirebbe i propri risparmi in azioni di una sola società, ma molti compiono questo errore con la propria impresa. Essere presenti su molti mercati diversi consente di limitare il rischio conseguente a crisi di economie locali, sconvolgimenti politici, eventi naturali disastrosi. In uno scenario difficile, diversificare è una necessaria manovra di sicurezza.

2) CONOSCERE

Questa è tanto breve, quanto è la più importante: provate soltanto a immaginare di essere imprenditori stranieri interessati a investire in Italia…

Conoscere significa conoscere se stessi, la propria azienda, i suoi limiti, necessità, potenzialità. Ma in questo caso significa soprattutto conoscere il posto in cui si intende andare, che richiede sempre competenze ed esperienze che non possono essere fatte sulla propria pelle dall’imprenditore stesso senza mettere a repentaglio tempo, denaro e talvolta la salute stessa. La guida e la consulenza da parte di professionisti affidabili e certificati è in questo caso la sola strada che può consentire ragionevoli opportunità di successo.

3) COGLIERE L’ATTIMO

Alcuni anni fa mia figlia provò a insegnarmi il surf. Non riuscii ad alzarmi sulla tavola neppure una volta, ma imparai che per “prendere l’onda” bisogna iniziare a remare con le braccia prima che questa arrivi, quando ancora si sta formando, perché quando ti è già sotto è troppo tardi. Ma neppure troppo presto, perché altrimenti quando è il momento si è troppo stanchi per accelerare.

Fondamentale è sapere quando sia il momento giusto per investire in un Paese. Ricordando che quando si legge di un’opportunità sui giornali, il più delle volte è già tardi, ma che anche arrivare troppo presto può risultare in uno spreco di risorse ed energie. In realtà il momento non è lo stesso per tutti. Alcuni investitori hanno bisogno di un paese in cui siano già presenti infrastrutture funzionanti, ma l’assenza di infrastrutture può essere una manna per chi si può prendere in carico proprio la loro realizzazione. Oppure un paese può richiedere le ultimissime versioni di un prodotto, mentre un altro può essere il luogo ideale dove portare la propria penultima tecnologia, con guadagno reciproco.

In ogni caso anche questo punto si ricollega al precedente: l’importanza di conoscere la propria azienda e avere un quadro preciso di cosa si incontrerà all’estero e di come affrontarlo.

4) CRESCERE

Cantava Jim Morrison: “Crescere vuol dire avere il coraggio di non strappare le pagine della nostra vita ma semplicemente voltare pagina. Crescere significa riuscire a superare i grandi dolori senza dimenticare. Crescere significa avere il coraggio di guardare il mondo e di sorridere. Crescere è saper distinguere la realtà dai sogni. Crescere è sapersi rialzare dopo una brutta caduta. Crescere: non tutti hanno voglia di crescere, perché sono consapevoli delle difficoltà che incontreranno crescendo…”

Andare in un altro paese non va fatto a scapito di chi lavora in Italia. Internazionalizzare non significa delocalizzare, ma crescere. Altrimenti si ricade nell’errore iniziale, soltanto in un altro Paese. Certo non tutti gli investimenti andranno a buon fine, talvolta soltanto uno su dieci produrrà i risultati sperati. Ma questa è la strada: se fatto nel modo giusto questo non sarà gioco d’azzardo, ma rischio calcolato, senza mettere a repentaglio la propria azienda. Mentre stare fermi ad aspettare sicuramente lo farà. Conoscenze, competenze, opportunità, modelli di sviluppo diversi: dalla sinergia di tutti questi elementi un’azienda non può che arricchirsi. Così si diventa grandi. Insieme.

(Articolo pubblicato su Ferrara Industria - numero 3, Settembre 2012)