SEGEST - Società di comunicazione e relazioni pubbliche

DÈBAT PUBLIC, ITALIA ULTIMA


Inoltra

Paolo Bruschi, Presidente di Segest Spa, interviene sul tema attuale del Dibattito Pubblico.
A seguire l’articolo estratto dal Sole 24 Ore di oggi scritto da Giorgio Santilli.

 

Mario Monti ha rotto il ghiaccio: è stato il primo a parlarne da Palazzo Chigi e ad approvare un disegno di legge (per altro senza possibilità di approvarlo, a legislatura quasi finita). Per il premier il débat public è una riforma fondamentale per far ripartire le infrastrutture: se ne discuterà nella prossima legislatura. Si cerca così di recuperare il gap da altri paesi europei avanzati che da anni danno spazio alla partecipazione dei territori per accorciare i tempi e definire i costi delle opere.

L’Italia è buona ultima e oggi il confronto con il territorio, quando c’è, è faticoso, privo di regole codificate, generalmente svolto expost (cioè attivato per un blocco generato dalle opposizioni locali) e quasi sempre basato sulle compensazioni come soluzione finale per appianare i dissensi. Lo evidenzia uno studio recente della Segest, una società di relazioni istituzionali che da anni opera sul territorio seguendo progetti di infrastrutture per grandi committenti, come la variante di valico e il rigassificatore off shore di Porto Viro. Lo studio compara la situazione italiana ai modelli di riferimento europei, evidenziandone le criticità. «La compensazione – afferma la ricerca – è al momento l’unico strumento che mette in collegamento committenti e politica, ma con due conseguenze: il rapporto diventa ricatto e porta ad un aumento dei costi, anche del 25%, e dei conflitti; la costruzione resta “senza una gamba”, con conseguenti proteste di chi non si fa convincere dalle compensazioni». La direzione da prendere è tutt’altra. «Bisogna fare un salto considerando il cittadino stakeholder di questi progetti e non solo un fastidio», dice Paolo Bruschi, presidente della Segest. «I processi partecipativi sono l’unica possibilità perché un’opera venga realizzata con costi e tempi prestabiliti, risultati garantiti e contestazioni limitate».

Eppure il Ddl Monti è lontano dall’obiettivo che enuncia di avvicinare i principali modelli europei. Bruschi elenca quel che ci vorrebbe e che nel Ddl Monti non c’è. «Una  riforma incisiva – dice – non potrà prescindere da alcuni aspetti fondamentali: un’autorità veramente indipendente, che abbia il rispetto di tutte le parti; avvio in parallelo all’inizio del progetto, non a scontro già in corso; semplicità di attivazione del processo, perché numeri troppo alti di firme necessarie 0 burocrazia troppo complessa implicano che solo i grandissimi progetti ne sarebbero toccati; durata del dibattito proporzionale alla complessità del progetto; regole, funzioni e responsabilità precise a tecnici e parti interessate, lasciando poi a mediatori professionisti il compito di far incontrare mondi che troppo spesso appaiono inconciliabili».

Il riferimento europeo per eccellenza è il modello francese istituito nel 1995 dalla legge Barnier. La commissione nazionale per il débat public è totalmente indipendente, a differenza da quella italiana che sarebbe presieduta dal Provveditore regionale alle opere pubbliche. La procedura transalpina è molto strutturata, con grande flessibilità nell’organizzazione concreta del dibattito. Vi partecipano tutti i possibili stakeholder, organizzati e no, l’esito è puramente consultivo, senza potere decisionale. Dei 65 dibattiti conclusi tra 1997 e 2011 in Francia, due terzi sono stati modificati sullabase di elementi emersi nel dibattito pubblico; i restanti sono stati cancellati 0 sono proseguiti ignorando le indicazioni. La commissione stima la riduzione della conflittualità per l’8o%. L’altro modello europeo, quello inglese, fondato sul Code of Practice on Consultation, ha accentuato, con una revisione del luglio 2012, le differenze dal modello francese. Indica principi generali e linee guida di cui tener conto, ma non ha valore legale. Suggerisce una tempistica flessibile, ma comunque breve, da 2 a 12 settimane. Indica come prioritaria l’attività digitale e online. È un modello generale applicabile a ogni contesto per aumentare la trasparenza e ascoltare l’opinione pubblica, a discrezione dei responsabili.

 

(Articolo di Giorgio Santilli e  pubblicato sul Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio – 13/02/2013)