SEGEST - Società di comunicazione e relazioni pubbliche

OPEN DATA, IL RUOLO DELLA PA E LA VOGLIA DI FARE DEI CIVIC HACKER


Inoltra

I dati sono alla base della conoscenza e dei processi decisionali di ogni giorno (o almeno così dovrebbe essere). L’analisi dei dati influenza, consapevolmente o meno, qualunque scelta: dal miglior percorso casa-lavoro alla pianificazione del budget aziendale, dalla pianificazione delle prossime ferie alle politiche governative sul lavoro.

Il concetto di Open Data è una delle grandi tendenze degli ultimi anni. Ma dietro la moda si cela una filosofia ben precisa incentrata sulla trasparenza e sull’accesso libero e illimitato alle informazioni condivise in formati digitali standard, machine readable[1] e riusabili. Attorno a questo tema si sono formati in tutto il mondo movimenti spontanei di “attivisti” che promuovono gli open data e il loro rilascio/utilizzo in qualsiasi contesto: pubblico, privato, lavorativo, sui social network, al bar.

Gli enti pubblici ricoprono un ruolo centrale essendo per loro natura “creatori e raccoglitori” (non proprietari esclusivi) di un’importante e preziosa mole di dati. La PA ha quindi il dovere (articolo 52 del CAD) di rilasciare questo patrimonio, pur con tutte le dovute accortezze (licenza, privacy), perché queste informazioni contribuiscano non solo a una maggiore trasparenza ma anche al miglioramento dei servizi offerti alle aziende e ai cittadini, alla creazione di nuova imprenditoria e allo sviluppo di una cittadinanza attiva-informata che si rapporta con una PA partecipata e collaborativa.

L’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) ha recentemente mappato 119.714 dataset[2] resi disponibili da oltre 10.000 enti pubblici (mentre sono ancora circa 7.000 le PA inadempienti). Queste basi di dati “fotografano” una parte dell’Italia e sono composte da statistiche socio-economiche, inventari, informazioni sull’attività della PA, dati georeferenziati, ecc. Ma all’appello mancano dati nevralgici, sia a livello locale che nazionale (es. sanità, infrastrutture, inquinamento, criminalità, …), e si avverte distintamente l’indolenza di una buona fetta della PA a pubblicare i dati in formato aperto (ad esempio a settembre 2014 è nato OpenTg, un progetto per diffondere i risultati del monitoraggio sul pluralismo politico in televisione. I dati non sono però disponibili in formato aperto. http://www.opentg.it/controlla-i-tg/)

A dimostrazione che la situazione italiana su questo processo non è delle più rosee, i risultati della la recente edizione di Open Data Barometer vedono l’Italia inserita all’interno dei paesi “emergenti” in ventiduesima posizione su 86, due in meno rispetto alla passata edizione e lontana dai primi posti in classifica occupati in ordine da UK, USA e Svezia[2]. In particolare, la World Wide Web Foundation per stilarla ha valutato diversi indici, brevemente riassumibili in:

  • Interventi per favorire la sostenibilità e buona riuscita delle iniziative di open government già attive, la loro promozione e il loro riuso.
  • Accessibilità e qualità dei dati in differenti settori (es. sanità, trasporti pubblici, cartografie digitali, statistiche nazionali, bilanci e spese statali, istruzione, sicurezze, ambiente)
  • Impatto sociale, economico e politico indotto dagli open data

(Per approfondire vedi http://opendatabarometer.org/report/about/method.html)

Non è giusto però fare di tutta l’erba un fascio. Ci sono ottimi esempi made in Italy di attività finalizzate all’open government e al rilascio e riuso di open data, sia nella Pubblica Amministrazione che di natura volontaria. Ad esempio i portali regionali della Lombardia, del Piemonte e dell’Emilia-Romagna, il portale della Camera dei Deputati e del Senato, il portale Istat, le applicazioni sviluppate dall’associazione Openpolis, la rete civica Iperbole di Bologna, Opencoesione (portale sull’attuazione dei progetti finanziati dalle politiche di coesione) e il rispettivo portale di monitoraggio civico Monithon (piattaforma creata da cittadini volontari), DBPedia Italia (progetto aperto e collaborativo per l’estrazione e il riutilizzo di informazioni semi-strutturate dalla Wikipedia in italiano) e tanti altri ancora.

SOD15 - Spaghetti open data 2015Segest è particolarmente sensibile a queste tematiche e sta dedicando da tempo grande attenzione all’importanza delle politiche rivolte alla produzione e all’utilizzo di open data. Per questo motivo anche quest’anno non mancherà di partecipare a Spaghetti Open Data (#SOD15), il raduno annuale della community italiana degli “opendatari” che ha proprio l’obiettivo di sensibilizzare (e agire) su queste tematiche e che giunge quest’anno alla sua terza edizione.

 

 

L’evento è, ovviamente, aperto a tutti e si terrà a Bologna dal 27 al 29 marzo con la seguente scaletta:

  • Venerdì 27: conferenza di aggiornamento su quanto successo nel mondo degli open data nell’ultimo anno
  • Sabato 28: civic hackathon finalizzato alla “produzione” di progetti concreti (es. a SOD14 venne lanciato il progetto Confiscati Bene per “mappare” i beni confiscati alla mafia e il loro utilizzo)
  • Domenica 29: giornata dedicata alla formazione con corsi di ogni tipo e per ogni livello

Maggiori informazioni sul programma e su come partecipare sono disponibili direttamente sul sito di Spaghetti Open Data

 

Nicolò Gnudi

Data Analyst, Segest SpA

 

 

[1] http://en.wikipedia.org/wiki/Machine-readable_data

[2] http://basidati.agid.gov.it/catalogo/stats.html

[3] http://opendatabarometer.org/report/analysis/rankings.html